martedì 22 novembre 2016

Ciocchéggiusto - Il nuovo libro di Mattia Solvéri alias (Nicola Piccenna)


“Un bene raro”
E di cosa poteva scrivere Nicola Piccenna, lasciando perdere, una volta tanto, notizie a querela incorporata, ognuna materiale per dieci cause che hanno il solo scopo, pare, di fargli smettere di scrivere? Di qualcosa che abbia a che fare con avvocati, tribunali, testimoni, rinvii e liturgie giudiziarie, ciocchèggiusto!
A giudicare dalla scioltezza del racconto, la naturalezza con cui si muove in quegli ambienti, si direbbe che Piccenna non solo non ne venga intimidito (come accade a me e ad altri), ma eccitato: l'aria dei palazzi di giustizia per lui è il drappo rosso del torero; se non ce lo tirassero dentro la necessità di cercare fatti degli altri e tutelare i fatti suoi, credo che ci andrebbe lo stesso. Perché? Perché sì. Sono pronto a scommettere che se ha voglia di un caffè, va nel bar dentro il tribunale e non in quello fuori; e se dice che lo fa perché il caffè lì è più buono, anche se notoriamente una ciofeca, è perché davvero gli sembra migliore, tutto un altro gusto, ciocchèggiusto!
Poi capisci la differenza: lui la legge la vede come un utensile, non strumento di giustizia; i magistrati non hanno toga, ai suoi occhi, ma gli appaiono in costume da bagno, umanità imperfetta e difettosa come tutti, spesso guastata dalla sensazione di aver potere insindacabile sulla vita degli altri. Alla fine, valutati solo e sempre per le loro azioni da uomini e donne: onesti o no, corretti o no, lodevoli per tutta la giustizia che riescono a rendere tramite le leggi a disposizione, ciocchèggiusto; condannabili per tutta la giustizia che riescono a negare, usando le stesse leggi o legalmente calpestando il loro ruolo esercitandone la funzione, ciocchènonèggiusto.
Non, ruoli, non funzioni, ma sempre e solo persone, impegnate in quella che è missione per alcuni, occasione di potere per altri, in una rappresentazione che muta il tribunale in teatro e gli officianti in attori. Con i loro difetti, i caratteri, le miserie e la nobiltà. Ognuno la sua parte; tanto che protagonista possa diventare, talvolta, una figura secondaria, un caratterista che s'impone in virtù dei propri difetti, così gridati da rendere superflui altri valori, che pure sarebbero più utili in quelle aule e quei corridoi, ciocchèggiusto, ma raro. (Pino APRILE)

SABATO 17 DICEMBRE 2016
PRESIDENT HOTEL - VIA ROMA, 15 - MATERA
10:00 UN BENE RAROPino Aprile
10:20 GIORNALISMO SOTTO PROCESSO – FEDERICA SCIARELLI
10:40 ANEDDOTI GIUDIZIARI (E NON)Nicola Piccenna – GIANLORETO CARBONE
11:00 INTERVENTI - LEONARDO PINTO – ALESSANDRO SISTO
11:30 CONCLUSIONI - Enzo Iacopino

domenica 2 ottobre 2016

“L'avvocato Ciocchéggiusto”: in uscita il nuovo libro della collana "A ruba"




L'avvocato Ciocchéggiusto”: Guida alla lettura

Il libro riprende il racconto a puntate pubblicato a partire dal settembre 2011 sul settimanale: “L'indipendente Lucano” e dedicato alle gesta giudiziarie e, soprattutto, extragiudiziarie di un avvocato immaginario in cui non è difficile scorgere una figura reale, anzi tante figure realmente esistite.
Diversamente dallo spirito della collana “A ruba”, in questo volumetto non sono riportati nomi e dati di politici, magistrati, avvocati e “quisque de populo” e, nemmeno, risultanze di indagini giornalistiche puntigliose e fastidiose. Non si tratta di un cambio di rotta e, paradossalmente, nemmeno di un cambio di genere letterario.
L'autore ha ritenuto opportuno fornire elementi ulteriori e più approfonditi di lettura delle inchieste già pubblicate nel corso di 12 anni di attività giornalistica e, soprattutto, elementi per comprendere come sia potuto accadere che un giornalista d'inchiesta sia stato costretto a seguire (da indagato o parte offesa) più di 480 procedimenti giudiziari ed 80 procedimenti disciplinari a carico di magistrati; tutto in soli dieci anni.
Dei tanti avvocati “Ciocchéggiusto” che si riconosceranno in questi racconti o che verranno riconosciuti dai lettori, ve n'è qualcuno che ha avuto un ruolo determinante nel perseguire la libertà d'informazione e coloro che hanno avuto l'ardire di scrivere delle sue gesta vere, con linguaggio continente e per fatti di pubblico interesse, senza chieder permessi e senza tributar sottomissione servile.
Questi racconti vogliono essere una testimonianza dei meccanismi mentali e pettegoli tipici delle città di provincia e delle personalità malate d'infantilismo che le popolano ma, ancor più, un monito per quel codazzo di professionisti, magistrati e codardi di ogni estrazione che all'avvocato Ciocchéggiusto tengono bordone; alzando la voce quando si sentono protetti dal branco e abbassando lo sguardo quando t'incontrano da soli.
Non è difficile immaginare cosa pensino quando le trame sono sconfitte e la giustizia trionfa. Loro, che hanno rinunciato per principio e difenderla, preferendo offenderla per poterne abusare e gli altri, i peggiori, quelli che sono stati a guardare, quelli che... danno la colpa a Lucia:
È un gran dire che tanto i santi come i birboni gli abbiano a aver l’argento vivo addosso, e non si contentino d’esser sempre in moto loro, ma voglian tirare in ballo, se potessero, tutto il genere umano; e che i piú faccendoni mi devan proprio venire a cercar me, che non cerco nessuno, e tirarmi per i capelli ne’ loro affari: io che non chiedo altro che d’esser lasciato vivere! ...Ci vuol tanto a fare il galantuomo tutta la vita, com’ho fatt’io? ...Un pochino di flemma, un pochino di prudenza, un pochino di carità, mi pare che possa stare anche con la santità ... E poi, se è cosí convertito, se è diventato un santo padre, che bisogno c’era di me? Oh che caos! Basta; voglia il cielo che la sia cosí: sarà stato un incomodo grosso, ma pazienza! Sarò contento anche per quella povera Lucia: anche lei deve averla scampata grossa; sa il cielo cos’ha patito: la compatisco; ma è nata per la mia rovina ...” (A. Manzoni - Cap. 23 – Promessi Sposi)
di Mattìa Solvéri (alias Nicola Piccenna)


p.s. per prenotare una copia del libro firmata dall'autore, effettuare un bonifico con offerta libera a Nicola Piccenna - c/o Unicredit IBAN: IT 87 E 02008 32974 023271681637 indicando nome e cognome della persona abilitata al ritiro del libro. Sarà possibile ritirare le copie prenotate in occasione delle presentazioni ufficiali della pubblicazione, previste in tutta Italia a partire dal dicembre 2016. Chi volesse ricevere il libro attraverso il servizio postale a domicilio, dovrà aggiungere un contributo di Euro 10,00 (20,00 per estero) per le spese di spedizione ed indicare l'intestatario e l'indirizzo per la consegna.




domenica 28 agosto 2016

Le mani in pasta... ed anche altrove! (Ed. ARUBA)

Caro Emilio Salierno,
Una produzione del territorio finita con la sentenza Tandoi, è il sottotitolo al tuo “pezzo” odierno (28/8/2016) che parla della sentenza Tandoi o, più propriamente, che cita la “sentenza Tandoi” quale pietra tombale della produzione di pasta a Matera, ultimo atto di una tradizione plurisecolare.
Ricordando la tua lettera di candidatura alle passate elezioni della rappresentanza regionale presso l’Ordine dei Giornalisti “…Credo che debba essere sempre prioritario non perdere di vista quali siano i doveri nei confronti dei lettori e, in genere, della comunità. Ne ho consapevolezza ed è per questo che mi sento di segnalarlo, anche in ragione del lavoro quotidiano che svolgo a Matera, da anni, nella redazione de “La Gazzetta del Mezzogiorno”, e della mia lunga attività in questo settore…” non posso fare a meno di aggiungere un commento, io che ti ho sostenuto ed ho indicato agli amici di sostenerti (come sanno in molti).
Vedi, caro Emilio, la produzione della pasta di qualità, a Matera, non è finita con la sentenza definitiva che condanna un imprenditore ed un dirigente d’azienda alla reclusione per anni uno (pena sospesa) e la ditta di Tandoi alla confisca di alcuni beni dell’opificio che fu della Cerere s.r.l.
Quella pregiata produzione è finita il giorno 9/9/2005 quando il Consorzio Agrario Regionale, in violazione del diritto di prelazione esercitato da alcuni soci/coltivatori della Cerere srl, ha ceduto alla ditta Tandoi le quote di maggioranza della Cerere stessa.
È finita il 31 agosto 2005, quando (prima che lo scempio venisse compiuto) i soci “ribelli” denunciarono alla Procura di Matera (e documentarono) il piano scellerato di Tandoi di trasformare un impianto nato e finanziato per produrre pasta di alta qualità esclusivamente prodotta con grano della Collina Materana in un semolificio che macinava anche la paglia di grano proveniente da ogni dove.
È finita quando un manipolo di operai Russi, con un permesso di soggiorno turistico, smontarono le linee di produzione della Barilla (in via Cererie a Matera) finanziate con i fondi del terremoto del 1980 e se le portarono in Russia.
È finita quando in confindustria a Matera, col placet della politica locale e nazionale e dei rispettivi rappresentanti, si avallò il piano industriale presentato da Tandoi.
È finita quando la relazione degli ispettori ministeriali che segnalava le violazioni ripetute agli obblighi ed ai vincoli del finanziamento pubblico (Europeo e Italiano) concesso alla Cerere venne ignorata dagli organi competenti preposti alla vigilanza e tutela di quei sei milioni di euro (Provincia di Matera, Regione Basilicata, Ministero delle Attività Economiche) e l’ispettore demansionato e allontanato.
È finita quando arrivò in stabilimento il grano contaminato da ocratossina e la Procura di Matera ce lo fece mangiare perché “grazie a Dio” non conteneva aflatossina!
Ma, soprattutto, è finita quando tutti gli organi di stampa, privati e pubblici, hanno taciuto sulle gravissime responsabilità che un giornale locale, IL RESTO, puntualmente documentava e denunciava, proprio per quel dovere di cui parlaVi nel tuo programma elettorale, caro Emilio.
Silenzio che continua ancora oggi, nulla di personale s’intende, perché non tu ma tutti i nomi “che contano” dell’informazione locale (nel senso che ricoprono ruoli di rappresentanza o responsabilità) hanno ricevuto negli anni e pochi giorni fa la documentazione dello scempio ma hanno inteso tacerlo.
E, allora, i nomi dei responsabili li leggiamo dagli atti anzi, li legga chi vuole e si vergogni di non darne notizia ai Lucani che, tra i peggiori lettori del mondo c.d. civile, sono i primi artefici e responsabili delle loro stesse disgrazie!


p.s. Non corrisponde al vero che i Lucani non leggono per ristrettezze finanziarie, poiché sono tra i più accaniti consumatori di lotterie e video-poker d’Italia!


giovedì 25 agosto 2016

"LE MANI IN PASTA... ED ANCHE ALTROVE!" (ed. ARUBA)

Egregi signori, Spettabile OLAF,
per anni e con pedante insistenza, a partire dal settembre 2005, avevo segnalato il piano di malversazione posto in atto da una pluralità di soggetti privati ed istituzionali italiani ai danni della società CERERE s.r.l. oggetto di un consistente finanziamento Europeo per la realizzazione di un mulino/pastificio in Matera.

Le stesse denunce, ricche di sovrabbondanti documentazioni probatorie, erano state inviate anche all'ente Provincia di Matera (responsabile della sovrintendenza e controllo del finanziamento), al Ministero delle Attività Produttive Italiano (Sottosegretario: Filippo Bubbico, Ministro: Pierluigi Bersani), alle Procure della Repubblica di Matera e Trani, alla Corte dei Conti della Basilicata.

Il Vostro ufficio "OLAF", rispose il 18/6/2010 che aveva attenzionato la vicenda e che mi avrebbe fatto conoscere gli sviluppi di questa attenzione.

Apprendo dalla stampa locale che il 9/6/2016 la Suprema Corte di Cassazione ha condannato definitivamente l'imprenditore e l'amministratore della società per malversazione disponendo la confisca di parte dei beni oggetto di finanziamento.

A questo punto, cortesemente, Vi sarei grato se potessi conoscere quali sono le attività svolte in questi anni da "OLAF".

Cordiali Saluti
Nicola Piccenna



Allego:

p.s. Ometto di allegare tutta la documentazione del caso per evitarmi travasi di bile, ma sono disposto a fornirla a chi volesse compiere il proprio dovere.

mercoledì 6 aprile 2016

Scandalo Petrolio in Basilicata: Nessuno ha intervistato ancora Filippo Bubbico sul "Protocollo di Legalità" sottoscritto con Total!

Cari colleghi giornalisti (specialmente quelli della TV Pubblica e la mitica TGR Regionale della Basilicata), nessuno ha chiesto al più alto esponente della politica Lucana nel governo Renzi cosa pensasse dello "scandalo Total" di cui si occupano tutte le testate giornalistiche Italiane e non solo. Io non posso farlo per motivi di opportunità, essendo in causa per una sua querela mi crea imbarazzo andarlo ad intervistare ma, perdonatemi l'ardire, mi sembra anche inopportuno che nessuno abbia avuto l'accortezza di farlo.
Il Vice-ministro degli Interni Filippo Bubbico

L'Italia ed i Lucani in modo particolare, hanno diritto ad una informazione attenta e completa in questi momenti delicati della loro storia e Filippo Bubbico qualche chiarimento lo deve pur dare, se solo aveste la cortesia di porgli delle domande.
Filippo Bubbico, vice-presidente e assessore alla sanità (quando la Basilicata firmò l'accordo per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi lucani. Poi Presidente quando l'attività di estrazione divenne significativa. Sottosegretario allo Sviluppo Economico nel Governo Bersani quando le Cooperative "rosse" di Concordia Sul Secchia liquidarono per pochi euro le concessioni che valevano miliardi di euro (ma il pagamento del valore reale...) e, infine Saggio tra i saggi consiglieri di Napolitano prima di approdare al Viminale nella veste di potentissimo Vice-ministro degli Interni, a luglio scorso con una nota ufficiale del Ministero degli Interni, scrisse:


Roma, 22 lug. (Adnkronos) - Il viceministro dell'Interno, Filippo Bubbico, ha partecipato questo pomeriggio a Potenza, alla firma di un protocollo d'intesa tra la Prefettura e la Total Italia per la prevenzione di tentativi di infiltrazione della criminalita' organizzata nei lavori di progettazione e costruzione della rete di condotte del Progetto Olil&Gas "Tempa Rossa". Lo riferisce una nota del Viminale.

"Il Protocollo di Legalita' sara' un ulteriore strumento per ottenere una rapida e corretta esecuzione dell'opera, monitorando costantemente i lavori per evitare condizionamenti criminali e garantendo la sicurezza dei cantieri - ha sottolineato il viceministro - Tracciare i flussi finanziari e di manodopera che saranno attivati significa non solo assicurare trasparenza, ma anche tutelare l'economia legale. Proteggere la nostra economia dalla criminalita' e', prima di tutto, una scelta di civilta"'.

"Per questo motivo - ha concluso Bubbico - quello di oggi e' un segnale importante, da incoraggiare anche per altri progetti, per innescare un circolo virtuoso orientato all'economia legale e alla tutela delle parti sane e produttive delle nostre comunita".

Può chiarire il signor Filippo Bubbico in cosa consiste il "Protocollo di Legalità" sottoscritto da Total e tutto il resto di cui parlava quel comunicato che, alla luce dei fatti odierni, sembra uno spot politico mal riuscito?

venerdì 1 gennaio 2016

Matera capoluogo della Lucania, inizia da qui la rinascita del Mezzogiorno

Buongiorno Lucani, buongiorno Italiani,

è ancora viva, vivissima, la rutilante serata di Capodanno che ha consacrato all'Italia ed al mondo intero la città di Matera come l'emblema di un Mezzogiorno culla della civiltà greco-romana che si candida a diventare punto di riferimento di uno sviluppo troppo a lungo e vanamente atteso.
Stemma della città di Matera

É proprio l'atteggiamento di attesa che ha impedito al Mezzogiorno di svilupparsi o, a dirla tutta e dritta, a riprendere lo sviluppo avviato ai tempi dei Borboni e azzerato dall'Unità d'Italia gestita dai Piemontesi.
Il Mezzogiorno ha gli uomini, la storia ed i mezzi per avviare una nuova storia di sviluppo e progresso e Matera, per riconoscimento unanime, si candida ad esserne la capitale culturale, il punto di convergenza naturale, geografico e storico tra Campania, Puglia e Calabria ed il terminale ideale di riferimento per Sicilia e Sardegna.
Le enormi risorse della Lucania costituiscono la base economica per uno sviluppo sostenibile ed autopropulsivo ma occorre un cambio di passo delle persone, del popolo Lucano e meridionale in generale.

È finito il tempo degli elemosinanti, come è finito quello delle deleghe a politici vassalli che barattano qualche privilegio personale con il bene comune e gli interessi del popolo, comportandosi come servi obbedienti dei “poteri” forti, dei potentati economici e degli sfruttatori che hanno agio di sfruttare il Mezzogiorno prelevando le materie prime di pregio e scaricando veleni e lavorazioni inquinanti.
È finito il tempo dell'attesa col cappello in mano e della partenza dei giovani migliori verso terre lontane e estranee (che ne apprezzano cultura, capacità ed abnegazione).
Torniamo ad essere artefici e protagonisti delle nostre vite e della nostra storia. Torniamo ad essere la culla della civiltà, del progresso e dello sviluppo.
Partiamo da quanto il mondo ci riconosce già, partiamo da Matera che può rappresentare la Capitale del Mezzogiorno e, da subito, il capoluogo della Lucania.
Ripristiniamo il nome originario della regione: “Lucania”! Così che si possa tornare ad avere coscienza di appartenere ad un “popolo”, i Lucani appunto; giacché i Basilicatesi non esistono!
E modifichiamo lo stemma della Città di Matera, basta con il “bue stanco che posò il piede pesantemente” sul terreno. Ripartiamo da un “toro veemente, pronto alla lotta”.
Non è una proposta divisiva, non si intende limitare nessuno o scalzare alcuno. Chiamiamo tutti all'unità ed alla coscienza di dover costruire un futuro per i nostri figli e per la nostra terra: opera che nessuno potrà (o vorrà) compiere per nostro conto.

martedì 25 agosto 2015

Matteotti, Mussolini, Churchill e il petrolio lucano

La pista internazionale del delitto Matteotti


91 anni fa, oggi (10/6/2015, ndr), veniva assassinato Giacomo Matteotti. Su quell’omocidio gravano ancora opacità mai sopite, ed un probabile intrigo internazionale. Secondo il libro di Colucci e Scarrone, Perché fu ucciso Matteotti? (Editore Colombo, Roma, 1988) “esiste un tragico «triangolo della morte»”.
Se pensiamo all’omicidio di Giacomo Matteotti, almeno per come lo abbiamo studiato a scuola o per come la storiografia lo presenta al grande pubblico, dobbiamo riconoscere che è solo sul primo lato di questo triangolo che vengono tradizionalmente puntati i riflettori.
Giacomo Matteotti

La denuncia dei brogli, della fascistizzazione della vita politica e dello Stato, della brutalità delle camicie nere. La statura morale di Matteotti in contrapposizione ai manipoli fascisti, il suo rispetto per le istituzioni e le procedure parlamentari, il suo coraggio nell’attaccare, solo e disarmato, il Duce e gli squadristi di Farinacci. Ma se in passato simili ragioni squisitamente politiche, utili anche a marcare forzosamente e nettamente la distanza tra buoni e cattivi, tra giusto e ingiusto, potevano essere sufficienti per spiegare uno dei più famosi omicidi d’Italia, nel XXI secolo non bastano più.
Nel 1988, durante un’approfondita ricerca condotta tra i volumi dell’Archivio storico della Camera dei Deputati, l’Onorevole socialista Francesco Colucci rinvenne dei documenti inediti utili a ricostruire quanto avvenne nelle sedute della Giunta del bilancio del 5 e del 7 giugno 1924. In particolare, questi documenti sottolineano la tenacità e la forza con cui Matteotti denunciò il falso bilancio in pareggio che il governo fascista aveva presentato al Re e sul quale Vittorio Emanuele III aveva relazionato la Camera nel suo “Discorso della Corona”. L’opportuna sparizione di Matteotti sollevò Mussolini e gli altri membri del Consiglio dei Ministri dall’imbarazzo di dover spiegare al Re, alla più alta carica dello Stato, perché avessero rifilato lui un falso, annichilendo il suo prestigio e la sua credibilità e ridicolizzandolo davanti a tutta la Nazione.

Ma le rivelazioni più importanti arrivano dall’estero, e sono emerse dai documenti della Library of Congress di Washington e da quelli conservati presso gli Archivi di Stato britannici di Kew Gardens, legate al discorso che Matteotti avrebbe dovuto tenere l’11 giugno e che invece non pronunciò mai perché rapito e ucciso il giorno prima. Rivelazioni che delineano una vera e propria lotta tra Usa e Uk per il controllo del mercato petrolifero nel Mediterraneo. Una lotta che vedeva Standard Oil e Anglo Persian Oil Company combattere senza esclusione di colpi per assicurarsi lo sfruttamento dei pozzi petroliferi italiani e, soprattutto, delle raffinerie e delle infrastrutture industriali e portuali del nostro Paese. Tanto la prima, forte del controllo di una quota del mercato mediterraneo pari a circa l’80% del totale, quanto la seconda, padrona dei pozzi del Medio e Vicino Oriente dopo la caduta dell’Impero Ottomano, a partire dai primi anni ’20 esercitarono fortissime pressioni sul Governo italiano, attraverso le loro diplomazie e i loro servizi segreti, al fine di ottenere contratti vantaggiosi per operare nella penisola.
Durante la sua perorazione, che si preannunciava dura e puntuale, Matteotti avrebbe prodotto documenti avuti da importanti esponenti laburisti durante il soggiorno di 4 giorni a Londra solo due mesi prima. Documenti scottanti che, come ha scritto lo storico Mauro Canali nel suo libro Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini, parlavano di cospicue tangenti Usa indirizzate al Duce, al fratello Arnaldo e ad altri esponenti di spicco del Regime affinché sostenessero la sottoscrizione di una Convenzione tra lo Stato italiano e la compagnia petrolifera americana Sinclair Oil (cugina della Standard Oil) per lo sfruttamento esclusivo, da parte di quest’ultima, di tutti i pozzi petroliferi eventualmente scoperti nel sottosuolo di circa quaranta chilometri di territorio italiano (Centro e Sud Italia) e di quello libico, allora colonia del nostro Paese. I laburisti inglesi, mettendo Matteotti a conoscenza dell’affaire Sinclair e fornendo lui documenti che provassero la corruzione del Governo italiano, speravano di accendere l’attenzione delle opposizioni sul tema e d’impedire l’accordo con gli americani.
Non tutti a Londra, però, erano convinti che denunciare Mussolini, innescare una crisi istituzionale e aprire la via del Governo alle Sinistre fosse la soluzione al problema. In particolare, non lo era un certo Wiston Churchill.
Winston Churchill

Non è un mistero, infatti, che lo statista inglese stimasse molto Benito Mussolini, che con lui intrattenne un lungo e amichevole carteggio, che fino all’ultimo cercò di evitare che l’Italia entrasse nella Seconda Guerra Mondiale a fianco dei tedeschi, in nome dell’antibolscevismo del Duce e della sua ammirazione per l’Impero britannico.
Leggendo tra le carte conservate a Kew Gardens, ci dicono Mario Josè Cereghino e Giovanni Fasanella nel loro Il golpe inglese, emerge chiaramente che la volontà di Churchill è quella di tutelare a 360° gli interessi inglesi: difendere la Anglo Persian, osteggiare il predominio petrolifero Usa, tenere comunisti e socialisti italiani ben lontani da Palazzo Chigi facendo affidamento su un fascismo compiacente alla Corona britannica per via della sua dipendenza energetica. Allo stesso modo, emergono altrettanto chiaramente i collegamenti esistenti tra l’intelligence di sua Maestà e Amerigo Dumini, capo del commando che quel 10 giugno rapì Matteotti dal Lungotevere, Arnaldo da Brescia: “Massone iscritto alla Gran Loggia nazionale di piazza del Gesù con il terzo grado, quello di Maestro, vanta con il regime rapporti stretti almeno quanto quelli che intrattiene con il mondo anglosassone”.

Qualche lettore, ne siamo certi, avrà a questo punto storto il naso.
Benito Mussolini

Sia chiaro: non intendiamo, sulla base di queste pochi indizi, addossare a spalle inglesi il pesante fardello dell’omicidio Matteotti. Di certo, però, vi è che: 1) Mussolini intratteneva rapporti con gli inglesi già da prima del 1915, quando con le sterline gentilmente fornite da Londra fondò, nel novembre del 1914, “Il Popolo d’Italia” (dalle colonne del quale spinse per l’entrata in guerra a fianco delle potenze dell’Intesa); 2) la sparizione e la morte di Matteotti evitarono un bel ruzzolone al giovane regime anticomunista fascista che tanto piaceva in quegli anni agli inglesi (il 18 febbraio 1933, al rientro dopo una vacanza italiana, Churchill definisce Mussolini un genio incarnato per la sua funzione antimarxista); 3) il delitto Matteotti avvenne nel 1924, mentre il carteggio tra Churchill e Mussolini – prova dei buoni rapporti personali tra i due – si protrasse fino all’inizio della Seconda Guerra Mondiale e oltre; 4) dopo il delitto Matteotti, il Governo italiano annulla l’accordo con la Sinclair Oil.

Le recenti rivelazioni emerse dagli archivi britannici, dunque, gettano ombre su uno dei delitti più famosi della nostra storia e, se da una parte aiutano ad avere un quadro più completo delle dinamiche da cui scaturì il fattaccio, dall’altra concorrono a creare ancora maggiore confusione circa la responsabilità morale dell’omicidio Matteotti. Se gli esecutori materiali dell’omicidio sono noti, infatti, sono i mandanti a restare avvolti dal mistero. Chi diede l’ordine di uccidere l’esponente socialista? Mussolini, per non essere denunciato quale percepitore di tangenti? Gli americani, per impedire che venissero alla luce le zone buie dell’accordo Italia-Sinclair? Gli inglesi, per evitare la caduta di Mussolini e il rischio del contagio Comunista e Socialista in Europa, che Churchill vedeva come una vera e propria catastrofe, ritenendo preferibile utilizzare le carte che provavano l’avvenuta corruzione del Duce per ricattarlo segretamente ed impedire che l’accordo con la Sinclair Oil divenisse operativo?? Forse una risposta certa non si avrà mai, ma in una intervista rilasciata al periodico Oggi 2000 (numero 51) Mauro Canali afferma:
“I familiari di Matteotti hanno sempre sospettato che il mandante dell’omicidio fosse Re Vittorio Emanuele, secondo loro proprietario di quote della Sinclair. Invece, io sono giunto alla conclusione che fu proprio Mussolini, che aveva intascato tangenti direttamente da questa operazione, a ordinare l’eliminazione del suo avversario politico”.

Tratto da: http://www.thezeppelin.org/oro-nero-e-tangenti-il-delitto-matteotti/